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5×1000 a Firenze

La meraviglia che diventa normale

Mia nonna mi raccontava una storia che a sua volta aveva sentito dalla sua nonna. Una principessa entra in un castello, preme un semplice pulsante e lo illumina tutto. Fine della favola, non c’era altro.
Mia nonna aggiungeva: “ti immagini lo stupore di quando mi raccontavano questa favola da bambina?”
Io, bambino a mia volta, non riuscivo a capire dov’era la meraviglia: entrare in una stanza e accendere la luce era la cosa più normale del mondo. Figuriamoci adesso che la favola è diventata: entri in una stanza e un sensore di movimento fa accendere la luce o a comando vocale accendi il salotto.

No, 150 anni fa non era normale, era impensabile.

Ci vuole un momento per rendersene conto: quello che per mia nonna era una favola, per me era routine. Quello che per la sua nonna era magia, per lei era già quasi normalità. E questo è esattamente il meccanismo con cui ogni generazione metabolizza il salto tecnologico che la precede: prima spaventa, poi stupisce, poi sparisce nel quotidiano.

Quest’anno i ragazzi della maturità si aspettavano un tema sulla intelligenza artificiale. E probabilmente qualcuno ha passato le ultime settimane a studiare ChatGPT come si studia un argomento di storia. Hanno fatto bene. Ma c’è qualcosa di paradossale in tutto questo: nessuno, nei decenni scorsi, ha mai fatto un tema sui motori di ricerca. Google è entrato nelle nostre vite, ha ridisegnato il modo in cui cerchiamo, ricordiamo, valutiamo e lo ha fatto senza che nessun commissario d’esame lo ritenesse degno di riflessione collettiva. Eppure è stata una rivoluzione.

L’intelligenza artificiale sarà molto più di questo. Non perché sia più “intelligente” di Google, ma perché tocca strati più profondi: il lavoro, la diagnosi medica, la produzione culturale, la scelta di chi merita credito, chi merita visibilità, chi merita cura. La Guerra.

La tecnologia non è neutrale: è sempre questione di chi la governa

Una risposta che non ti aspetti a questa domanda: cosa ha determinato l’esplosione demografica mondiale raggiungendo oggi il numero di 8,3 miliardi di persone?

Università e Salute soprattutto minorile. Punto.
Vale la pena fermarsi un momento sui numeri, perché fanno capire di cosa stiamo parlando quando diciamo che la tecnologia migliora la vita.
L’aspettativa di vita globale alla nascita ha guadagnato quasi nove anni dal 1990 al 2019, arrivando a 72,8 anni. Il tasso di alfabetizzazione giovanile a livello mondiale era al 77% nel 1975: oggi supera il 92%. Due dati che sembrano distanti tra loro, ma che si tengono: più istruzione significa salute migliore, accesso alla medicina, capacità di leggere un foglio illustrativo, di capire una diagnosi, di resistere alla disinformazione.
Entrambi questi risultati passano, in misura crescente, attraverso la tecnologia digitale. La telemedicina che raggiunge chi abita lontano da un ospedale. I sistemi di allerta precoce che salvano vite. Le piattaforme che permettono a una ragazza in un villaggio rurale del Kenia di seguire le stesse lezioni di una studentessa di Milano. Non è retorica: è quello che già succede, con tutti i limiti e le diseguaglianze che conosciamo.

Quindi la domanda giusta, quando si guarda all’intelligenza artificiale, non è “dobbiamo averne paura?”. La risposta è già nella storia: ogni generazione ha paura del proprio salto, poi lo dimentica. I luddisti distrussero i telai meccanici. I tipografi protestarono contro la fotocomposizione. I tassisti hanno bruciato le auto di Uber. Su questo argomento sarebbe bello fare delle riflessioni profonde e, spoiler, io non sono così schierato come si possa immaginare. In tutti i casi, alla fine, la tecnologia è rimasta. La questione non era fermarla, era chi la controllava e con quali regole. Ed è lo stesso problema di oggi: i telai chi facevano arricchire? La A.I. chi la sta dominando?

Il dividendo e la produttività della Intelligenza Artificiale

Ed è qui che il discorso diventa politico, nel senso più serio del termine.

Io sostengo che all’aumentare della produttività generata dall’intelligenza artificiale debba corrispondere un aumento del tempo libero di ognuno di noi: non dei profitti di pochi, ma del tempo di tutti. La settimana lavorativa di quaranta ore era una conquista politica, non una legge di natura. Prima erano sessanta, poi cinquantasei, poi quaranta. Ogni salto tecnologico ha cambiato questa equazione. L’intelligenza artificiale la cambierà ancora: la domanda è se il guadagno di ore finirà nei dividendi degli azionisti o nelle giornate delle persone.

La principessa che illumina il castello con un pulsante non stava facendo magia. Stava usando un’infrastruttura costruita da migliaia di ingegneri, operai, minatori, fisici. L’intelligenza artificiale non è diversa: è un’infrastruttura collettiva, addestrata su miliardi di testi scritti da miliardi di persone, che oggi genera valore per pochissimi soggetti privati.

I ragazzi che escono dalla maturità entreranno in un mondo dove questa infrastruttura sarà ovunque, invisibile come la luce elettrica, e altrettanto data per scontata. Il punto non è se saranno capaci di usarla: lo saranno, meglio di noi. Il punto è se sapranno chiedersi chi decide come funziona, e per chi.

Ogni generazione dimentica la propria paura del salto. Questa è la buona notizia. La cattiva è che dimentica anche le domande che avrebbe dovuto fare mentre il salto stava ancora avvenendo.

PS: L’intelligenza Artificiale accenderà autonomamente la luce di Mariolina, che soffre di alzheimer e le dirà buongiorno aiutandola a dominare la veglia con la notte: è un male o un bene?

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