Parlare di lavoro nei giorni vicini al 1° Maggio è sempre scomodo, ma il mio pensiero è uguale tutto l’anno: io credo fermamente che in Italia si stia completamente sbagliando la prospettiva sul lavoro.
Credo altrettanto fermamente che ci sia un lato debole della economia italia: l’Impresa.
L’ impresa non è tutelata, l’impresa non è salvaguardata, l’impresa è sotto attacco continuo.
So che molti di voi storceranno il naso, ma vi spiego perchè.
Chi è l'Impresa: l'errore
Scometto che molti di voi quando quando hanno letto “impresa” hanno fatto l’errore di inglobare nella attività l’imprenditore: che sia il singolo artigiano o commerciante o che sia un gruppo di azionisti in Italia si dice impresa e si pensa ai suoi titolari.
E’ qui che sta l’errore di base: l’impresa non vive una sua identità, se ne confonde la sua entità con i suoi soggetti che collaborano per portarla avanti.
La definizione del Codice Civile
L’errore di base nasce dal nostro Diritto, dal Codice civile che regolamenta e definisce l’imprenditore e fa desumere cosa sia impresa.
“è imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi” articolo 2082 Titolo II del libro V “del lavoro e della impresa”
Dall’interpretazione della norma possiamo ricavare quali siano i requisiti essenziali perché si abbia la qualità di imprenditore in senso generale e quindi perché si possa essere titolari dell’impresa e sempre per deduzione si arriva a parlare e definire l’impresa.
I requisiti dell'imprenditore
I requisiti sono:
-l’attività produttiva.
-L’organizzazione.
-L’attività economica.
-La professionalità.
Se studiate Economia o Giurisprudenza da questa definizione in poi i libri di testo vi condurranno in una cascata di definizioni di “attività produttiva”, organizzazione, professionalità e tante altre cose.
Poi però il legislatore nel tempo si è sempre occupato ai diritti e ai doveri dei soggetti che ne fanno parte, lasciando alla “entità impresa” il ruolo marginale della contro parte.
Facciamo alcuni esempi estremizzati che ci aiuteranno a capire meglio dove sta l’errore.
Caso 1: il poco Lavoratore
C’è un collega di lavoro che non ha voglia di lavorare. L’ azienda è di grandi dimensioni.
Qui ci si divide tra “teoria” e “pratica”. In teoria si potranno addurre strumenti lavorativi che porteranno al licenziamento: in realtà ci vogliono lettere di richiamo, molti incontri sindacali e tanto altro per arrivare ad una simile ipotesi, si parla di anni. In pratica i suoi colleghi, come sempre accade, faranno il proprio lavoro e anche quello di colui che il lavoro non vuole farlo.
Chi ci rimette? I colleghi da un lato per usura del proprio tempo e risorse, il datore di lavoro perchè paga una persona che non fa il suo mestiere e l’IMPRESA che si trova a vedere una situazione di usura di tutte le forze lavoro coinvolte.
Caso 2: il poco Imprenditore
2) C’è un imprenditore che decide di alzarsi il suo stipendio nonostante scelte sbagliate di conduzione, quindi con bilanci negativi lui decide di alzarsi lo stipendio.
Chi ci rimette? In teoria i creditori della azienda, fornitori e lavoratori, in pratica ci rimette il lavoratore nel lungo periodo e l’IMPRESA come suo insieme nell’immediato, mancanza di risorse, e nel lungo periodo con la sua chiusura. Chiusura non dovuta alla capacità di produrre utili, ma per una mal gestione.
Sono due esempi estremizzati, ma solo per far capire che non si considera mai il centro degli interessi, ma sempre un lato il proprietario o l’altro, il lavoratore.
La frase di Tecnogym
Ma andiamo avanti con questa frase con il fondatore della Technogym:
Ci sarà una ragione per cui in Italia non ci sono aziende grandi: o gli imprenditori sono stupidi, e non mi sembra che lo siano, oppure è un fatto di ambiente, di università, di finanza, di pubblica amministrazione che non consente di portare avanti grandi progetti.
Alessandri, fondatore della Technogym Tweet
Perchè non citiamo anche che il legislatore non mette al centro l’impresa?
Il lavoratore si può licenziare in qualsiasi momento, dà un preavviso di circa 15 giorni o al massimo 30 e se ne va.
Bene.
Può succedere il contrario? No. Dipende dalle dimensioni della impresa, quindi si tutela il lavoratore da un licenziamento improssiviso.
Bene.
Perchè non bilanciamo i due aspetti? Non togliendo diritti ai lavoratori, ma riconoscendo un danno anche alla impresa che si trova senza una forza lavoro importante.
Una ditta di 5 elettricisti: 2 titolari e 3 dipendenti si trova a dover fronteggiare il licenziamento di due dei suoi dipendenti: 15 giorni di preavviso e se ne vanno due dipendenti che corrispondono al 40% della forza lavoro.
Capita.
Tutelare quella impresa che era sana fino a 15 giorni prima?
Con qualche sgravio fiscale o di adempimenti fiscali, normativi ridotti?
L’ imprenditore dovrà cercare nuovo personale, provarlo, decidere la sua assunzione completa.
Ma l’Impresa che adesso accusa il colpo magari nei confronti di appalti già assunti cosa rischia? Non si parla di aumenti dello stipendio del titolare o prelevamento di utili improri, ma di una normale gestione.
Insomma lo Stato o c’è sempre per tutti o per nessuno: dove sta l’impresa in questo gioco delle parti? Pensare che tutelare l’impresa sia tutelare gli interessi dei lavoratori è un concetto moderno? O si continua ad unire impresa ai suoi proprietari?