Immagine; Emma Ruzzon; da facebook;

Testo Discorso di Emma Ruzzon Università di Padova

Trascrizione elettronica del discorso di Emma Ruzzon alla inaugurazione dell’anno accademico della Università di Padova

Care studentesse, cari studenti, magnifica rettrice, Senatrice Cattaneo, personale docente, tecnico amministrativo, autorità, cara Comunità dell’Università di Padova, più di otto secoli di storia sono un’eredità molto importante, ma non possono restare in una teca, vanno vissuti e interrogati nel presente.
Provate a fare questo esercizio.
Vi chiedo di guardare il mio compagno di corso, che deve tornare dai suoi perché non può permettersi una stanza. Ha lavorato senza contratto, finché non l’hanno lasciato a casa.
Vi chiedo di guardare Marta, che butta la pasta mentre chiede alla sua coinquilina se ha visto l’ultimo intervento di Trump sull’evasione della Groellandia, le ultime notizie sulla guerra, i video del disastro di Valencia.
Vi chiedo di guardare Alice, chiusa in una stanza ogni pomeriggio, non riesce nemmeno a mangiare. Evita tutti.
Basta un “come va con l’esame” per farla crollare.
Vi chiedo di guardare Karim, che non riesce a iscriversi all’Erasmus come me perché è italiano, ma non per lo Stato. Chiedetevi cosa sentireste se un giorno voleste prestare l’orecchio a capire le nostre vite. Domandatevelo senza ipocrisie e paternalismi.
Chiedetevelo perché noi lo sappiamo, è la nostra quotidianità.

Cara Accademia, care istituzioni, le mura dell’università devono custodire il confronto, non delimitarne un privilegio modellato sul mercato del lavoro. Falliscono il loro compito se lasciate che diventi un ostacolo alla vista per ciò che avviene al di fuori. Non rendete le catene che ci impediscono di rivederci nelle nostre fragilità, contrastate con forza i tentativi di inaridire il senso di questo luogo e chi continua a volere una corsa all’eccellenza dove fermarsi non è mai permesso e l’indifferenza è normalità, anche quando qualcuno accanto a noi sta male, anche davanti alle ingiustizie.

La nostra università, come tutte, è chiamata ora a comprendere le proprie responsabilità, l’ha ribadito anche prima la Rettrice. Le scelte scelerate di chi ora ci governa devono incontrare un’argine che impedisca loro di compromettere quella che sappiamo essere un’idea condivisa, la libertà attraverso il sapere. Ci aspettiamo che l’università di Padova tenga vivo quell’ardore che l’ha storicamente distinta, contrastando i tentativi di limitare la libertà di insegnamento e di indebolire l’università stessa, così come ci aspettiamo che si esprima di fronte a questo nuovo slancio che vorrebbe il controllo di docenti, studenti e lavoratori da parte dei servizi segreti.
Il sapere non può essere un privilegio.
Il nostro Ateneo può decidere di riconoscerlo e di fare una scelta, quella di sostenere i suoi studenti, ricercatori, dottorandi e lavoratori precari. Quasi mezzo miliardo di tagli accompagna il DDL Bernini, che rende la precarietà ancora più strutturale e crea un sistema frammentato che aumenta le disuguaglianze anche tra chi tra di fatto svolge lo stesso lavoro.
Allora, oggi, proprio per mantenere quel senso che da 803 anni questi luoghi rappresentano approfittiamo di questo momento per lanciare lo sguardo oltre queste nostre mura. Sappiate che, anche se poco a poco qui dentro ci sembra di diventare sempre di più sterili numeri, non siamo invisibili e intendiamo tutt’altro che rimanere indifferenti.
È uno sguardo curioso il nostro, desideroso di conoscere e di capire, ma è anche uno sguardo spaventato e soprattutto stanco di rimanere nascosto in attesa di una legittimazione che sembra non arrivare mai.
Quindi ve lo ribadiamo, i nostri occhi sono su di voi, sono sulla Regione del Veneto e sul Governatore Zaia, così come i vostri dovrebbero essere sui 3529 studenti che dall’anno scorso attendono risposte sulle borse di studio che non sono mai state erogate.
Sono su di lei, Ministra Bernini, e sui 173 milioni di tagli ai fondi di finanziamento ordinario delle università del nostro Paese.
I nostri occhi sono su di voi, classe politica, Governo. Il vostro controllo dei media non ci ha sfuggito e non ci stupiremmo in realtà di una querela anche per questo intervento. Non credete nemmeno di essere riusciti a celare i vostri fallimentari tentativi di deportare in prigioni amministrative in Albania decine di persone, persone migranti. Lo vediamo che sperate di trovarci impreparati nel cogliere ciò su cui ci ha messo in guardia anche il Presidente Mattarella.
Nuove sfere di influenza guidate da oligarchi di diversa estrazione che sfidano le sovranità democratiche nella fame di gestire il bene comune in maniera monopolistica, figure cui voi, Governo, vi prostrate con fierezza.
Vi chiediamo nuovamente uno sforzo.
Immaginate cosa prova un ragazzo di 14 anni colpito da un manganello mentre manifesta per la pace, di figurarvi che cosa può pensare un giovane che sta studiando per diventare giornalista nello scoprire che il proprio Paese potrebbe star spiando direttori di testate attraverso i suoi servizi segreti.
Provate sulla vostra pelle la paura nel cuore di una persona trans, nel vedere erette ad esempio figure come Trump che giorno per giorno invisibilizzano e restringono e annientano quei diritti conquistati a fatica.

Presidente Meloni, in che Paese vivete esattamente quando parlate di essere sulla strada giusta?
Di che orgoglio vi freggiate mentre espatriate torturatori come Almasri con voli di Stato?
Che Italia costruite vantandovi di un’occupazione femminile precaria e bloccando l’educazione e il consenso mentre fingete rammarico per gli innumerevoli femminicidi?
A chi vi rivolgete quando frammentate il Paese con l’autonomia differenziata e chiamate sicurezza ciò che in realtà è gettizzazione.
In che Italia vivete vi domandiamo, perchè dove viviamo noi evidentemente è diversa.

E allora però chiedo alle istituzioni e alla comunità accademica di tenere fede alla missione culturale, sociale e storica a cui siamo chiamati. A noi giovani, a noi studenti chiedo di non sentirci soli, perché non lo siamo. Nella spinta a correre sempre e a non guardarci intorno, a volte quasi dimentichiamo che qui siamo tutti: Madri, padri, cittadini, lavoratori.
E le nostre giornate possono essere differenti, ma siamo noi a vivere lo stesso Paese e una comune condizione fatta di incertezza, di paura per il futuro e per il presente.
Possiamo prestare il fianco a chi ci vuole divisi, oppure possiamo evitare di sprecare gli strumenti di partecipazione democratica di cui siamo in possesso. Primi fra tutti il voto per il referendum sul lavoro e sulla cittadinanza in primavera. Ce lo insegnano gli studenti in Serbia e ce lo insegna la storia che non c’è tempo per larassegnazione. La storia che ci circonda ci ricorda che quest’anno ricorrono otto decenni dalla liberazione dal nazifascismo, ma anche oggi è storiae sta a noi decidere come vogliamo venga ricordata otto decenni da ora. La
storia di oggi è anche quella dei 15 mesi del genocidio del popolo palestinese, davanti a cui avete intimato di fare silenzio perché schierarsi non va bene nemmeno di fronte ad un massacro cui assistiamo in diretta e nemmeno di fronte alle proposte inumane di deportazione di massa di quest’ultimo periodo.
C’è chi ci taccia di sensazionalismo, di infantilismo addirittura, quando esprimiamo timore dinanzi ai semi di guerra e di odio che vediamo in tutto il mondo, come in Italia. E invece noi sappiamo, proprio per gli strumenti che la nostra storia ci ha affidato, che il fascismo non è stato solo quello dell’olio di ricino e delle leggi razziali.
Controllo dell’informazione e dei corpi delle persone, libertà garantita solo per alcuni, un approccio alla violenza che si prova a nascondere sotto il tappeto, ma che ritorna, per esempio, nei pestaggi in strada o davanti alle scuole superiori, l’ultimo di pochi giorni fa a Vicenza.
La storia ci insegna a leggere i segnali, anche quando si presentano in modo diverso, ma se qualcuno proprio non vuole coglierli, davvero ci chiediamo se è necessario vedere le camicie nere in giro. Oggi io indosso questa perché l’occasione richiede formalità, ma se proprio serve parlare il linguaggio dei simboli, facciamo che me la tolgo. Credo che molti in questo Paese dovrebbero sfilarsela per davvero.
Vorrei concludere questo mio intervento rivolgendomi però alla mia generazione.
Sdraiati, cinici, pigri, fragili, senza prospettive, ce lo sentiamo ripetere così spesso che forse abbiamo iniziato a crederci. Ma non arrendiamoci a definizioni assegnateci da altri. So che possiamo farlo, perché vedo l’indignazione negli occhi di chi mi circonda prima ancora della paura. Piuttosto, possiamo partire da
quanto decenni fa era stato indicato ad altri come noi.

Istruiamoci, agitiamoci e organizziamoci.
Buon inizio dell’anno accademico a tutti e tutti.

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