Il 95% delle organizzazioni che hanno investito in intelligenza artificiale generativa non ha ottenuto alcun ritorno economico misurabile, secondo un rapporto del Project NANDA del MIT che ha analizzato oltre 300 iniziative aziendali a fronte di una spesa stimata tra i 30 e i 40 miliardi di dollari. Un dato globale che trova conferma anche in Toscana, dove le imprese ammettono apertamente di non essere pronte a governare la trasformazione.
Il conto che nemmeno Nvidia nasconde
Il segnale più netto arriva da chi l’intelligenza artificiale la vende. Bryan Catanzaro, vicepresidente per il deep learning applicato di Nvidia, ha dichiarato ad Axios che
“For my team, the cost of compute is far beyond the costs of the employees”, ha detto Catanzaro, mentre il chief technology officer di Uber ha già esaurito l’intero budget AI del 2026 a causa dei costi legati ai token, secondo quanto riportato da The Information e ripreso da Axios. Non è un caso isolato: un secondo studio del MIT, condotto sui compiti di visione artificiale, ha scoperto che l’automazione tramite AI risulta economicamente conveniente solo nel 23% dei ruoli analizzati, mentre nel restante 77% dei casi mantenere i lavoratori umani resta la scelta più economica. Nel frattempo i listini si muovono in una sola direzione: secondo Fortune le tariffe del software AI enterprise sono salite tra il 20 e il 37% nell’ultimo anno.
Il rapporto MIT: cinque aziende su cento ce la fanno
Il quadro complessivo emerge dal rapporto “The GenAI Divide: State of AI in Business 2025” del Project NANDA del MIT Media Lab. Nonostante una spesa aziendale stimata tra i 30 e i 40 miliardi di dollari, il 95% delle organizzazioni non registra alcun ritorno di business. La ricerca, basata su interviste strutturate e su un’analisi di centinaia di progetti pubblici, individua una minoranza che invece funziona: le aziende che comprano soluzioni mature da fornitori esterni e stringono partnership hanno successo circa il 67% delle volte, contro un tasso tre volte inferiore per chi costruisce tutto internamente, pur essendo quest’ultima la strada scelta dalla maggior parte delle imprese osservate.
Cosa dicono le imprese toscane
Il tema è arrivato anche sui tavoli degli industriali toscani. All’assemblea generale di Confindustria Toscana Centro e Costa, tenuta a Firenze il 6 luglio scorso al Teatro del Maggio, la vicepresidente nazionale di Confindustria Lucia Aleotti ha indicato la necessità di accelerare gli investimenti in innovazione e intelligenza artificiale tra le priorità per il territorio. Gianluca Angusti, amministratore della fiorentina Computer Care e delegato all’Innovazione di Confindustria Toscana Centro e Costa, ha inquadrato il nodo vero: alla domanda su a che punto sia la Toscana nell’applicazione dell’AI, sia come sistema economico sia come pubblica amministrazione, ha risposto che il territorio dispone di competenze importanti ma è ancora in una fase di sperimentazione più che di trasformazione sistemica.
I numeri di un’indagine nazionale che include un campione toscano, l’Osservatorio “Pronti a competere?” realizzato da Lenovo con il Comitato Triregionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, confermano il divario: l’82,4% delle imprese, oltre 8 su 10, dichiara di non disporre di competenze interne pienamente adeguate per sfruttare l’intelligenza artificiale. Eppure solo il 18,7% delle aziende utilizza oggi l’AI in modo strutturato nei propri processi, mentre il 60,7% prevede di aumentare gli investimenti nei prossimi 12-24 mesi: la stessa distanza tra entusiasmo e risultati misurabili che il MIT descrive su scala globale.
Il Comune di Firenze sceglie la prudenza
Sul fronte pubblico, il Comune di Firenze ha adottato il 4 dicembre 2025 il proprio Piano strategico per l’adozione dell’Intelligenza Artificiale 2026-2028, che punta su gestione documentale, gemelli digitali per l’urbanistica e chatbot multilingue come FestinaLente, attivo dall’8 giugno 2026 per i cambi di residenza. Il piano fissa un paletto chiaro: l’intelligenza artificiale non avrà autonomia decisionale e opererà sempre sotto la supervisione del personale comunale, come ribadito dall’assessora all’Innovazione Laura Sparavigna. Le cifre economiche dell’investimento comunale, però, non sono state rese pubbliche: senza un budget dichiarato per fase è difficile misurare quanto quella prudenza si tradurrà in servizi concreti, e non solo in un cauto annuncio.
La lezione per chi decide
Il filo che lega il rapporto MIT, le parole dell’Nvidia e i numeri toscani è lo stesso: l’intelligenza artificiale generativa non è un software da acquistare come una licenza, ma un investimento con costi ricorrenti, di supervisione umana e di integrazione che vanno pianificati come si pianifica un impianto industriale, non come si sceglie un gestionale. Le poche organizzazioni che ottengono ritorni reali, secondo il MIT, non sono le più sofisticate dal punto di vista tecnico: sono quelle che hanno definito in anticipo il processo da automatizzare e il costo per unità da battere, comprensivo degli errori da correggere. Per le imprese toscane, che secondo i dati raccolti restano in gran parte nella fase di sperimentazione, e per un Comune che ha scelto la strada della cautela dichiarata, la sfida dei prossimi mesi sarà proprio questa: passare dall’entusiasmo dichiarato ai numeri verificabili.
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