Salta al contenuto
Digitale e AI, spiegata sempliceL'intelligenza artificiale senza hype e senza paura: cosa fa, cosa promette, cosa manca.Per saperne di più ›

Data center in Toscana, la corsa silenziosa ai server

Questo testo è stato prodotto con l'ausilio dell'intelligenza artificiale.

A Sesto Fiorentino, in un capannone industriale a pochi passi dall’Osmannoro, Playnet e la startup Requrv hanno acceso nel dicembre 2024 quello che viene indicato come il primo data center toscano specializzato in intelligenza artificiale. Nessuna gru, nessun cantiere faraonico: solo armadi di server in un’area già urbanizzata. È lì, in scala minima, che si vede cosa sta succedendo in Italia mentre a Firenze quasi nessuno se ne accorge.

Il fenomeno, altrove, ha numeri molto meno discreti. Secondo i dati più recenti raccolti dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano e ripresi da Guerre di Rete, i data center presenti o in progettazione in Italia sono 262, contro i 146 di appena un anno prima. Il consumo elettrico del settore è arrivato nel 2024 a 5,8 TWh, circa il 2% dei consumi nazionali, con proiezioni che al 2035 arrivano fino a 42 TWh, il 7-12% del totale. Gli investimenti nel triennio 2023-2025 hanno toccato i 7,1 miliardi di euro, con l’attesa di arrivare a 25 miliardi nei prossimi tre anni, anche se la previsione originaria del 2023 si fermava a 10,5 miliardi: gli operatori internazionali sono entrati nel mercato italiano con più ottimismo di quanto la burocrazia consentisse.

Perché la Toscana non è (ancora) la Lombardia

Chi cerca a Firenze il prossimo hyperscale da centomila metri quadri resterà deluso, ed è una buona notizia. Il grosso della corsa italiana si concentra altrove: la Lombardia da sola ospita oltre 110 data center attivi, quasi la metà del totale nazionale, e rappresenta quasi il 50% della potenza richiesta in allacciamento, seguita a distanza da Piemonte (15%) e Puglia (10%). La Toscana non compare tra le prime tre regioni per richieste di potenza, secondo gli stessi dati del Politecnico di Milano citati da Guerre di Rete. In compenso, la Regione Toscana sta muovendosi sul fronte pubblico: il Sistema Cloud Toscana punta ad accreditarsi come Polo Strategico Nazionale presso l’AgID, mettendo a disposizione delle amministrazioni toscane servizi informatici basati su un’infrastruttura distribuita che comprende anche il nodo TIX.

La differenza non è solo di scala, è di natura. A Sesto Fiorentino si parla di riuso di aree industriali già esistenti, non di consumo di nuovo suolo agricolo. Nel pavese, invece, il progetto di Certosa di Pavia occupa 60mila metri quadri di terreno verde destinato all’agricoltura, mentre a Lacchiarella è previsto un campus da cinque data center su oltre 200mila metri quadri. Se il modello lombardo arrivasse in Toscana con la stessa intensità, la domanda su dove costruire diventerebbe immediatamente politica.


Ogni venerdì, il Quartiere 5 nella tua casella

Digitale e intelligenza artificiale spiegati semplici, insieme a cosa succede a Firenze: ogni venerdì mattina in «È già venerdì». È gratis e ci si cancella con un clic.

La legge che manca, e quella che c’è già in Lombardia

Il vuoto normativo è il vero nodo del dossier nazionale. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato una strategia per attrarre investimenti esteri sui data center, puntando su un’Autorizzazione Unica che riduca l’iter attuale, oggi compreso tra 18 mesi e 3 anni. Ma sulle questioni ambientali il documento si limita a linee guida non vincolanti: preferire aree industriali dismesse alle aree verdi, usare sistemi a circuito chiuso per risparmiare acqua. Sono raccomandazioni, non obblighi.

La Lombardia ha provato a colmare il vuoto da sola, approvando a maggio la prima legge regionale italiana in materia, con disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi. Ma secondo quanto ha dichiarato a Guerre di Rete Renato Bertoglio di Legambiente Pavia, la norma non basta: costa meno pagare il sovrapprezzo che bonificare un’area industriale dismessa. È lo stesso limite che, in prospettiva, riguarderebbe qualunque regione, Toscana compresa, se decidesse di muoversi da sola invece di aspettare una legge nazionale.

Il calore che scalda le case, quando funziona

Tra i quattro benefici territoriali indicati dalla strategia del Mimit, il teleriscaldamento con il calore di scarto dei server è probabilmente quello più concreto, quando viene realizzato. Il caso citato da Guerre di Rete è quello del data center Avalon 3 di Retelit a Milano, che secondo l’Italian Data Center Association riscalda le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione di 3.300 tonnellate di CO2. Sono pochi, ad oggi, i progetti che raggiungono questa efficienza. A Sesto Fiorentino, per ora, non risultano impianti di questa taglia da collegare a una rete di teleriscaldamento cittadina: il tema resta aperto per il futuro, non per il presente.

I posti di lavoro promessi e quelli reali

Qui il patto di onestà con chi legge impone una cifra scomoda. Secondo l’Italian Data Center Association, nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center italiani, ma solo 1.200 erano dipendenti diretti delle strutture. Il resto lavora nella fase di costruzione o in imprese del digitale collegate solo in parte al singolo impianto. È lo stesso schema segnalato dal Wall Street Journal per Abilene, in Texas, dove un data center previsto su 100mila metri quadrati non avrebbe assunto più di 100 persone. Chi promette occupazione diffusa a fronte di un capannone di server dovrebbe portare questi numeri sul tavolo, non solo lo slogan.

Cosa cambia per chi vive qui

Firenze e la sua area metropolitana non sono, per ora, nella traiettoria dei grandi hyperscale che stanno riscrivendo il paesaggio del pavese. È una finestra di tempo utile, non una garanzia. Se la Regione Toscana vuole davvero giocare la partita del cloud pubblico, come indica la candidatura del Sistema Cloud Toscana a Polo Strategico Nazionale, può farlo scrivendo fin da ora le condizioni che in Lombardia sono arrivate dopo, quando i cantieri erano già aperti: vincoli di distanza dalle abitazioni, obbligo e non semplice raccomandazione sul riuso di aree dismesse, teleriscaldamento come condizione e non come optional. Sono richieste concrete, non uno slogan ambientalista: sono le stesse che oggi arrivano dai comitati del pavese e da Legambiente, con qualche anno di ritardo che la Toscana può ancora evitarsi.

Il capannone di Sesto Fiorentino resta piccolo. Ma è lì, in quella scala ancora gestibile, che si può scegliere se replicare gli errori del pavese o anticiparli. Firenze, per una volta, ha il vantaggio di guardare da fuori prima di doverci abitare dentro.

Parlo di Intelligenza Artificiale e di Firenze

Se vuoi ricevere una sintesi diretta sul telefono con cantieri, viabilità ed eventi della settimana, ti aspetto sul Canale WhatsApp.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

WhatsApp