da un articolo letto sul quotidiano La Nazione
L’Università di Firenze occupa stabilmente il top della classifica nazionale per occupazione dei laureati. A un anno dalla laurea, l‘82% dei triennali e l’83% dei magistrali ha già un lavoro. A cinque anni, oltre il 90% è occupato. Sono numeri che dovrebbero farci stare tranquilli. Invece, il Rapporto AlmaLaurea 2026 racconta una storia più complicata.
L’86,9% dei laureati fiorentini dichiara di essere soddisfatto del percorso svolto. Sette studenti su dieci sceglierebbero di nuovo lo stesso corso e lo stesso ateneo. Cresce anche la percentuale di chi termina in tempo: il 55,3% nel 2025 ha concluso senza ritardi. Questo significa che il lavoro che l’università fa è solido. I docenti sono considerati bravi, i servizi di placement funzionano, il contatto tra studenti e imprese avviene prima della laurea.
Il problema non è l’università. Il problema è dopo.
Il mismatch
I dati rilevano un fenomeno che gli economisti chiamano “disallineamento fra laurea e giuste competenze nel lavoro”. In altre parole: molti laureati lavorano, ma in posizioni che non richiedono il loro livello di qualificazione. Un ingegnere in una call center. Una laureata in lettere a fare data entry. Non è disoccupazione, quindi i numeri dell’occupazione lo nascondono bene.
Questo mismatch è rilevante per Firenze non solo come curiosità statistica. È un segnale che il nostro sistema economico locale (manifattura, turismo, servizi, artigianato di qualità) fatica a integrare talenti altamente formati. La provincia di Firenze ha una capacità di produrre capitale umano eccellente (UniFi lo fa), ma il mercato del lavoro locale non sa sempre come sfruttarlo. I ragazzi validi cercano opportunità altrove, oppure accettano lavori sottodimensionati per stare in città.
Le retribuzioni entry-level sono di 1.491 euro netti mensili. Per un magistrale a cinque anni salgono a 1.828 euro. La crescita c’è, ma il livello base rimane basso. Ed è qui che emerge il secondo aspetto: il calo in termini reali dell’ultimo biennio (2022-2023) non è stato compensato neanche dai salari universitari. I giovani guadagnano un po’ di più col tempo, ma il potere d’acquisto respira ancora.
Competenze e mercato
Uno dei fattori che spiega il mismatch è la velocità con cui il mercato cambia rispetto a quella con cui i corsi universitari si rinnovano. Un corso triennale dura tre anni, ma le competenze richieste dalle imprese possono cambiare in uno o due. È un lag strutturale, non un errore. Pensa in informatica quello che si impara o insegna a gennaio è diverso da giugno del solito anno.
Questo diventa ancora più evidente quando guardi ai settori che crescono velocemente. Il 80% dei laureati finisce nel terziario (servizi). Il 50% nel privato. Il resto in pubblico e no-profit. Settori dove la domanda di specializzazione è alta, ma spesso disallineata rispetto a quello che il curriculum dice.
Siamo sempre di più nella era della formazione-continua.
Il quadro
Non è una crisi dell’università e non è una crisi dell’occupazione giovanile a Firenze. È il segnale che l’economia locale ha ancora spazi di crescita nel saper integrare talenti ad alta specializzazione. Una sfida che non è solo delle università, ma anche di come le imprese e chi le governa, la politica in senso ampio, pensano l’innovazione e la qualificazione del lavoro.
Circa l’80% dei laureati occupati, comunque, ritiene che la propria laurea sia stata determinante per il lavoro che svolge. Significa che la formazione conta. Il sistema localedeve avere la capacità di trasformazione per far valere davvero quel valore.
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